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Manzi, testimoni di-versi

di Corradino Pellecchia

“Onore a quanti nella loro vita/ si fecero custodi delle Termopili,/senza mai venir meno a quel dovere./Integri e giusti nelle loro azioni,/ma sempre con pena e compassione;/generosi se ricchi, e generosi/sia pur con poco se indigenti,/soccorrevoli quanto possono;/pronunciando sempre la verità,/ma senza detestare i mentitori./E sono degni di più grande onore/se prevedono (e molti lo prevedono) che all’ultimo comparirà un Efialte/e comunque i Persiani passeranno”. Leggendo “Termopili”, una delle più belle poesia del greco Kostantinos Kavatis, mi è venuto subito da pensare ad un altro poeta, Carmine Manzi, uomo colto, raffinato, riservato, giusto e indulgente, dal forte rigore intellettuale e dalla pregnante coscienza civile, che nella sua vita feconda ha sempre perseguito i valori dell’onestà, del sacrificio e dell’abnegazione, e si è battuto per sconfiggere la menzogna, il male, l’ingiustizia – “viviamo in un mondo ch’è falso/ dove tutto è il contrario/dell’amore e del sentimento” – manifestando in ogni occasione quella gioia cristiana, “che costituisce il centuplo donato da Cristo a chi lo accoglie nella propria esistenza”. Anche nell’età tarda questo intellettuale puro intellettuale ha camminato nella vita come il vecchio Simeone, la vecchia Anna al Tempio, donando fino alla fine dei suoi giorni la sua sapienza ai giovani.

1453503_764494790243606_268077599_nManzi era nato a Mercato San Severino nel 1919. Poeta, scrittore, saggista, giornalista, nel 1940 aveva fondato e diretto, anche dal fronte durante la seconda guerra mondiale, la rivista di lettere ed arti “Fiorisce un Cenacolo”, divenuta negli anni l’organo ufficiale del premio nazionale “Paestum”, oggi diretto dalla figlia Annamaria. Da questo seme fecondo, nasceva, nel 1949, l’Accademia di Paestum, per contribuire allo sviluppo culturale del Mezzogiorno: lui ne fu ininterrottamente presidente fino alla scomparsa avvenuta nel 2012. Per sette volte era stato insignito del Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri, oltre a raccogliere numerosi riconoscimenti e attestati, fra cui il premio Roberto I Sanseverino. Nel 1992 aveva ricevuto dal Presidente della Repubblica la Medaglia d’argento dei “Benemeriti della Cultura e dell’Arte”, e per i suoi settant’anni di feconda attività culturale – al suo attivo più di 130 pubblicazioni tra poesia, narrativa e saggistica, alcuni tradotti in francese, spagnolo, tedesco e greco – venne insignito dall’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro dell’onorificenza di “Cavaliere di Gran Croce dell’ordine al Merito della Repubblica”. Intensa la sua attività giornalistica: per lunghi anni a “Il Mattino”, al Corriere del Giorno di Taranto e a Famiglia Cristiana. Un medagliere lungo una vita: Sigillo d’oro dell’Università degli Studi di Salerno e l’encomio solenne del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a novant’anni; Premio alla carriera dell’Associazione giornalisti salernitani e dell’Ordine dei giornalisti della Campania per i cinquant’anni di attività sulla carta stampata.

Figura carismatica, letterato a tutto tondo, Manzi ha attraversato tutti i generi, dalla critica alla saggistica, dalla storia alle monografie su artisti del Novecento, alla poesia. Era “poeta a tempo pieno” – la sua carriera era iniziata nel lontano 1938 con la pubblicazione della silloge poetica “Parve Faville” – e della poesia aveva fatto “sangue del suo corpo e della sua anima”. Fin da fanciullo aveva respirato gli ideali nobili e puri: Dio, patria, famiglia, arte, che lo avevano ispirato a denominare “Eremo Italico” la sua casa natale, “odorosa di zagare e gelsomini”, che il fraterno amico, il poeta e saggista Luigi Pumpo, così bene descrive: “Una casa di studioso, di artista, la casa della poesia, una casa con tanta luce… una luce incredibile che veniva da un cielo incredibile, penetrava attraverso porte e finestre, dissolveva le cose… e al tempo stesso le ricreava in una nuova dimensione spirituale. Era la luce di Carmine Manzi”.

1471873_387518921379605_573648117_nGli affetti familiari, il quotidiano, le problematiche esistenziali e sociali, la solitudine, la sua terra, la ricerca del vero, del bene, del giusto, della verità interiore sono il tema delle sue liriche. I suoi versi, privi di formalismi stilistici, sgorgano limpidi dal cuore, fluiscono sinceri, sonori, luminosi, e trasmettono gioia e pace. Sono preganti di valori spirituali, di una fede profonda, fervida e genuina – “è con la fede che si può salvare l’umanità, travolta dal vizio e dalla corruzione, che si può vincere il dolore e la solitudine”– diventano quasi preghiere, educano all’amore. Manzi aveva la ferma certezza che solo la verità cristiana risponde al bisogno dell’esistenza umana e che il Cristo è l’unico Salvatore dell’uomo, di tutti gli uomini. Bisogna vivere in coerenza con il proprio ideale evangelico, aver fiducia e saper attendere: il male che aleggia su tutta la storia umana, le ingiustizie, le sofferenze, si stemperano con l’aiuto della provvidenza, “uno spiraglio di luce che s’apre all’improvviso in mezzo alle tenebre dell’angoscia e chiude le porte alla disperazione”. Non a caso Manzoni e Francesco d’Assisi, insieme a Verga e Leopardi, erano fra i suoi autori preferiti.

A Padre Pio, sempre al suo fianco, àncora cui aggrapparsi nei momenti difficili, al frate taumaturgo, “che accorcia le distanze che ci separano dall’Infinito”, aveva dedicato la raccolta di poesie “La scala per il cielo”. Ogni volta che poteva, si recava in pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo – il Gargano era per lui la nuova Palestina – a trovare il beato Pio, “che leniva il mio tormento/nei momenti difficili e più duri/e mi dava conforto nel mio dolore”; si inginocchiava sulla sua tomba, nella cripta, insieme a tanti, e lo supplicava di dargli una mano “ch’io mi rialzi/ch’io riprenda il cammino/ch’io riprenda a sperare”, di rischiarare e illuminare la sua mente, che “spesso giace stanca ed affranta al delirio che la gente sconvolge”. E a una altro gigante, il beato Giovanni Paolo II, il papa del perdono, dei giovani, del dialogo interreligioso e interculturale, che ha avuto un ruolo decisivo nella caduta del comunismo nei paesi dell’Est e che, fino agli ultimi giorni della sua vita, ha saputo testimoniare, nella sofferenza, la sua fede, aveva dedicato il libro “Il Papa alla finestra: Giovanni Paolo II”, nel quale ripercorreva la storia del suo lunghissimo pontificato.

Ma l’opera più significativa rimane “Dagli archivi della memoria”, nella quale narra, senza il piglio dello storico ma da innamorato della sua terra, la storia gloriosa e millenaria “di santi e guerrieri”, che affonda le sue radici nel medioevo, di Mercato San Severino, con uno sguardo affettuoso anche al borgo di Sant’Angelo, dove è nato e ha trascorso gli anni felici dell’infanzia e della giovinezza. Il raffinato letterato, sul filo della memoria, racconta in pagine memorabili anche i tragici eventi della seconda guerra mondiale, alla quale aveva partecipato, la sua personale odissea per far ritorno a casa, dopo l’8 settembre, quando fu costretto a togliersi la divisa per sfuggire ai tedeschi, a mendicare acqua e cibo, a dormire all’addiaccio “sotto un cielo meraviglioso, illuminato dalla luna nuova”. Vi giunge “quando ancora si levava dalle macerie il fumo dell’ultimo bombardamento”, il 16 settembre , “quasi al calar del sole” e trova una città deserta, da cui erano sfollati quasi tutti. E poi la fame, la paura dell’incertezza del domani, le privazioni e gli stenti quotidiani, alleviati in parte nell’immersione nei suoi studi e dalla contemplazione della bellezza consolatrice della natura, quando il paesaggio non era stato ancora trasformato ed alterato dagli interventi urbanistici.

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Carmine Manzi

Carmine Manzi, l’uomo dalla mitezza di un bambino appena nato, il cui impegno di onestà e coerenza ha coinvolto la sua intera esistenza, che di fronte ai dolori, alle sconfitte, alle delusioni non si è mai rassegnato, non ha mai perso la fiducia, non si è chiuso in sé stesso, che non ha mai avuto paura di mettere in gioco i suoi ideali, che si è sempre adoperato per il conseguimento della pace e della giustizia sociale, che non ha mai negoziato la verità, che ha sperimentato nella preghiera silenziosa e serena la soavità della tenerezza di Dio, concluse, alla veneranda età di 93 anni, il suo cammino fiorito e solitario, ascetico e spirituale. Il suo amore rimarrà radicato nel tempo. Per ricordarlo, il Comune di Mercato San Severino, di cui è stato sindaco stimato dal 1953 al 1956 svolgendo la sua intensa, costante e instancabile attività negli anni del dopoguerra e della ricostruzione e soprattutto in occasione del tremendo nubifragio che nel 1955 devastò tutto il territorio sanseverinese – gli ha intitolato l’aula consiliare. Tra le varie iniziative sorte per celebrarlo: il coro di voci bianche “Carmine Manzi – Città di Mercato San Severino”, diretto dal maestro Rossano Barrella, nato da un’idea della figlia del poeta, Menita, con lo scopo di incentivare e valorizzare l’interesse per la musica popolare e “colta” nei bambini di età compresa tra i 7 e i 13 anni, e la pubblicazione del volume “Carmine Manzi: le radici dell’anima”, una raccolta antologica delle opere poetiche riguardanti i luoghi dell’infanzia, tratte dalle varie pubblicazioni dell’autore, fortemente voluto dal sindaco Giovanni Romano e curato da don Antonio Sorrentino, parroco di S. Angelo di Mercato San Severino.

Nei giorni scorsi, gli studenti del liceo artistico “Sabatini-Menna”, istituto col quale l’intellettuale sanseverinese aveva intessuto rapporti culturali, in collaborazione con l’Accademia di Paestum, hanno presentato il progetto “Canto al mio paese”, iniziativa fortemente incoraggiata dalla dirigente scolastica Ester Andreola: 12 quadri e 11 video, ispirati alle sue liriche.

Andrea Manzi
Andrea Manzi

“La tempesta è capace di disperdere i fiori, ma non è in grado di sradicare i semi”, così il seme luminoso di Carmine Manzi continua a vivere più che mai rigoglioso nei figli Menita, Annamaria e Andrea. Anche lui giornalista e poeta, il figlio Andrea ne rinverdisce la memoria e la gloria. Redattore capo de “Il Mattino” di Napoli, caporedattore de “L’Informazione” di Roma, ha fondato e diretto per sette anni “La Città”, per poi passare alla direzione della tv satellitare Telecolore-Sky 826 e alla vicedirezione de “Il Roma”. Docente di teoria e tecnica del linguaggio giornalistico all’Università di Salerno ha ideato e dirige il blog quotidiano per la cittadinanza attiva “Confronti” e “Madnomed, primo magazine nazionale di culture giovanili “nomadi”. È direttore responsabile della rivista mensile di studi socio-territoriali “Il Paradosso”. Accanto all’attività giornalistica Andrea Manzi ama “muoversi nelle più diverse situazioni tematiche – come scrive di lui Maurizio Cucchi – e praticare anche formule diverse di scritture”: quella poetica e drammaturgica, spesso mettendo a confronto i due linguaggi con lo scopo di evidenziarne i tratti comuni. Sperimenta il “logos”, la parola, a tutto campo, allargando sempre più i confini della sua ricerca, per arrivare alla descrizione della realtà attraverso un linguaggio multiforme. E la realtà – il suo mestiere di giornalista lo parta ad un contatto diretto e fisico con la cronaca – è l’oggetto privilegiato della sua indagine, che sfocia nelle intense raccolte poetiche “Morire in gola”, “Occhi indossati”, “(D)io@parole.com”, “L’ombra che scavo”.

La sua poesia è segnata da un forte impegno civile e politico – Manzi è presidente dell’Associazione “Ultimi per la legalità e la lotta contro le mafie”, ha scritto l’intensa ballata dedicata a Mariam Makeba “Castel Volturno, il ghetto” e, a quattro mani, con don Antonio Manganiello il racconto biografico “Gesù è più forte della camorra (Rizzoli, 2011) – connotata da una forte tensione esistenziale, dal senso del dolore e della morte “che è invisibile e losca”, di angoscia profonda per i tempi che viviamo, di ricerca del sacro nella società contemporanea. Sulla scia del Lorca metafisico di “El Pùblico”, del Gatto de “Il duello” e di Pasolini, “le parole sono segno che cercano corpi”, Manzi sperimenta una nuova funzione del teatro con il corpo dell’attore che viene usato per declamare e interpretare le parole.

“Dino Campana poeta”, “Black out” con Peppe Lanzetta, “Ring”, un testo poetico e brillante che ha per oggetto l’immigrazione e lo sfruttamento degli extracomunitari, e una riduzione di “Gioventù senza dei” di Ferdinand Bruckner, sono i titoli della sua produzione teatrale, che lo ha visto spesso collaborare con Pasquale De Cristofaro, amico e compagno di strada, stesso rigore, passione civica, impegno resistente.

“Andrea, oltre ad essere un bravissimo giornalista, ha dimostrato negli anni di essere anche un capacissimo operatore culturale Ring-Manzi– dice il regista – I suoi titoli non debbo cerco elencarli io, tanto sono evidenti, sono un lungo messaggio d’amore sulla scia del suo amatissimo papà che ho conosciuto quando ho letto, per i suoi novant’anni, le sue liriche più belle al teatro Comunale di San Severino. Tra di noi c’è un legame di stima e affetto profondo. Il nostro rapporto si è consolidato quando, insieme, abbiamo deciso di pensare qualcosa per la scena. Andrea aveva già avuto un rapporto breve ma intenso con attori e registi importanti diversi anni fa; aveva già prodotto testi che, seppure per una breve stagione, erano approdati su palcoscenici importanti avvalendosi di registi, quali Memé Perlini ed attori di fama nazionale. Io, l’ho recentemente spinto a riaprire i conti col teatro. La prima esperienza è stato molto bella e inclusiva, con uno spettacolo che in città ebbe la massima evidenza perché fu fatto al teatro Verdi, si trattava di “Black out”, con Mariano Rigillo, Peppe Lanzetta, le musiche di Paolo Cimmino e danzatori senegalesi. Fu una serata memorabile con il pubblico entusiasta. Abbiamo, poi continuato con “Ring” un testo che Maurizio Scaparro nel 2011 scelse per rappresentare l’Italia in una prestigiosa rassegna promossa dal Teatro della Pergola di Firenze, in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Ora, sta per andare in scena una nuova cosa, ancora più sperimentale: si tratta di “Mediterraneo”, opera di teatro-danza sempre sui temi spinosi dell’emigrazione. Un impegno, il nostro, teso a recuperare per il teatro un senso di azione civile. Un teatro che, insomma, riuscisse a parlare alle nostre disorientate coscienze di europei in crisi profonda d’identità e democrazia”.

Di fronte ad una società cinica ed indifferente, muta e sorda, Manzi, anima inquieta e tormentata, come tutti i poeti, avverte la necessità di “ri-sillabare il mondo”, sente l’urgenza di scuotere le coscienze – “per riemergere abbiamo il dovere delle parole forti, da pronunciare anche in nome e per conto di uomini spogliati della dignità e orfani per (dannata) condanna subita” – e lo fa con la poesia, che è energia non violenta, l’unico “farmaco” efficace per scuotere un mondo senza più slanci e utopie.
Scriveva Ungaretti: “Soltanto la poesia – l’ho imparato terribilmente, lo so – la poesia solo può salvare il mondo”.

Da Cronache del Salernitano del 24/11/2014

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