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L’Aula consiliare del Comune di M.S. Severino “Carmine Manzi”

1235306_387519194712911_580248320_n11 aprile 2013: presso il Palazzo Vanvitelliano di Mercato San Severino, alle 18, si è svolta la manifestazione per l’intitolazione dell’aula consiliare del Comune a Carmine Manzi.

Il sindaco Giovanni Romano ha tenuto il discorso ufficiale e ha spiegato il motivo della decisione dell’Amministrazione comunale di legare il nome dell’aula consiliare a Carmine Manzi, che fu anche sindaco e difensore civico di Mercato San Severino.

L’attore e regista Pasquale De Cristofaro ha letto alcuni brani del poeta scomparso e il maestro Costantino Catena, tra i maggiori interpretri di Liszt, ha svolto un concerto pianistico patrocinato dall’Ept di Salerno.

La manifestazione è stata condotta dal giornalista Franco Esposito, direttore di Telecolore.

Vi racconto mio padre, fragile uomo d’acciaio con il dono della poesia

di Andrea Manzi

A più di un anno dalla morte del poeta e scrittore Carmine Manzi, fondatore del Premio Paestum, un ricordo del figlio Andrea.

Andrea Manzi
Andrea Manzi

I poeti parlano più da morti che da vivi. Entrano, alla fine dei loro giorni, in una comunità che riporta la morte nel cuore del presente, secondo l’auspicio del grande Octavio Paz.
A me è accaduto di verificare il prodigio delle parole “semprevive”, programmate cioè per squarciare la solitudine e attivare, quando si va via per sempre, una comunicazione impossibile. Ritengo perciò di essere un privilegiato perché posso rispondere, ad un anno dalla sua scomparsa, alla domanda “Cosa è rimasto di mio padre?”. A me è rimasto tutto, perché le sue parole scritte per “il dopo” mi riconsegnano di quel fragile uomo d’acciaio una testimonianza etica inossidabile.
Non era un modello, mio padre, del pater familias invincibile. No, in lui la paternità eroica subiva un’evaporazione lacaniana: e lui, il poeta, con acutezza tragica, sentiva il dolore del tempo senza sbarrargli la strada, per comunicarlo con energica solerzia lirica. In ogni fotogramma della sua vita ci sono un taccuino e una penna ad attivare i racconti e le tappe delle ore che spesso mettono i calzari di piombo, fino agli ultimi giorni quando, sotto le luci gelide della Rianimazione, visse la lotta durissima tra l’esigenza di trasmettere la sua esperienza estrema e quei lenzuoli bianchi che la mente, divenuta intermittente e infida, gli stendeva sulle parole chiare. Era un ascolto continuo, il suo, esercitato dalla trincea di un’infanzia permanente, un candido approccio nella zona più franca e profonda dell’anima. Senza fragilità non si vive la passione del mondo che muta e ingiallisce, né passano i racconti del verde e delle pietre o le voci mute delle albe e dei tramonti che orientano gli sguardi con le gradazioni della luce.
La lontananza dal mondo (spesso però solo apparente) faceva di Carmine Manzi un mistico della poesia, pronto a rintanarsi lì dove si palesava un primato della tecnica per attingere alla sua intelligenza spirituale, lontana dal dogmatismo del potere. Per questo motivo egli fu poeta anche quando lo vollero uomo delle istituzioni, perché visse sempre funzioni e ruoli civici come esercizio di verità e di onestà. Era questa la sua “rivoluzione creatrice”, operata per un nuovo ordine da fondare sulle macerie della contemporaneità.
Dicevo che le sue parole spesso appaiono scritte e programmate per “il dopo”. È vero, pensava sempre alla morte ma non la subiva: era un parametro, una condizione-limite della storia personale, oltre la quale c’era il prolungamento “assoluto” del suo mondo poetico. Non è pertanto forzata la scelta di volere sulla sua tomba un’epigrafe tratta da suoi versi: “…Qui dormono tutti / qui è silenzio profondo: e a contare l’ore / sono io soltanto, / ascoltando con la mano / i battiti del cuore…”.
Una grande emozione mi coglie, dopo quest’anno lungo e brevissimo senza di lui; un’emozione che non mi fa ritrovare le parole per l’impossibile (e grato) colloquio “holderliniano” che vorrei. Alfonso Gatto ci riuscì, per il padre, e scrisse: “… mi basterebbe che tu fossi vivo / un uomo vivo col tuo cuore è un sogno…”. Forse gli endecasillabi più belli della poesia contemporanea. Ed io glieli chiedo a prestito (d’amore).
Andrea Manzi
(dal Corriere del Mezzogiorno del 2 aprile 2013).

Addio a Carmine Manzi

manzi lettera dinoLo scrittore, poeta, giornalista e saggista sanseverinese e insignito della onorificenza di “Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica e del sigillo Accademico, è morto, all’età di 93 anni. Mercato S. Severino ha dato l’ultimo saluto al professore Manzi nella camera ardente allestita presso l’Aula Consiliare del Palazzo Vanvitelliano. La popolarità letteraria dell’autore arrivò nel 1940 con la fondazione della rivista di lettere ed arti Fiorisce un cenacolo. Ha collaborato attivamente alla stampa quotidiana e periodica e a giornali e riviste stranieri. Fondatore e presidente, dal 1949, dell’“Accademia di Paestum” per lo sviluppo delle lettere e delle arti, scienze, archeologia e giornalismo. Ha ricevuto sette volte il Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri (1961, 1968, 1973, 1976, 1978, 1989, 2003). Ha conseguito i seguenti primi premi in concorsi letterari: 1959, “Maria Moreno”; 1969, “Caserta”; 1970, “Poesia religiosa” Taranto; 1976, “Fiaccola etrusca” Londra; 1979, “Foyer des artistes”; 1983, “Città di Napoli”; 1985, “Campidoglio d’oro”; “La trivella”; 1996, “Roma città eterna”; 1997, “Mario G. Restivo”; 2003, “Valle del Sarno”; 2006, “Manlio di Masi”.
Nel 1992 ha ricevuto, dal Presidente della Repubblica, la Medaglia d’argento dei “Benemeriti della Cultura e dell’arte“ e per i suoi sessant’anni di attività letteraria è stato insignito della onorificenza di “Cavaliere di Gran Crose dell’Ordine al Merito della Repubblica”.
Conta al suo attivo più di 130 libri, tra poesia, narrativa e saggistica, di cui alcuni tradotti in francese, inglese, spagnolo, greco e castellano. La prima raccolta di poesie è Parve faville (1938) a cui sono seguite: Acqua di sorgente (1955), Gocce di rugiada (1969), I canti del rimpianto (1973), Frammenti d’una estate romana (1995), Voci dal profondo (1996), La corsa dei giorni (1998), La scala per il cielo (1999), Le ultime del Millennio (2002) e La Lampada (2004); di narrativa: Passeggiate salernitane (1972), Taccuino da Paestum (1981), Massime e pensieri (1982), Diario amalfitano (1988), Terza pagina (1993), Vent’anni ciascuno (2004); di saggistica: Uomini d’arte e di pensiero (1972-1980), Napoli d’altri tempi (1984), Giacomo Leopardi e i canti napoletani (1988), Lucia nei Promessi sposi (1989), Lineamenti di critica e letteratura (1995), I mosaici di Michele Frenna (2000), Dagli archivi della memoria (2001), Il Papa alla finestra: Giovanni Paolo II (2006).

Sulla sua attività letteraria hanno scritto: J.P. Arcieri «M. è un poeta vero: ché sa, in forma diretta ed effettiva, partecipare al lettore la essenza del suo pensiero e delle emozioni.»; G. Bárberi Squarotti «Mi sono abbeverato alla sua poesia luminosa e dolce, fra memoria, descrizione, riflessione: un discorso che è sempre di assoluta purezza lirica.»; G. Cacciatore «Accanto al letterato che ritorna a riflettere e a rileggere i suoi autori (Francesco d’Assisi e Leopardi, Manzoni e Verga), vi è l’intellettuale di forte coscienza civile che posa il suo severo sguardo critico sui problemi della quotidianità.»; L. Fornari «L’autore rinnova se stesso scolpendo la propria opera e spezzando l’incantesimo che ha imprigionato nei segni del linguaggio dove le parole scritte ne catturano il suono.»; A. Granese «Manzi affronta con grande padronanza una vasta varia gamma di tematiche morali, di problematiche esistenziali e sociali. La sua poesia è, quindi, non solo “voce del profondo”, ma soprattutto espressione di pathos e di ethos.»; S. Pignataro «La sua feconda attività culturale ha un valore veramente universale, perché raggiunge la sfera intima della persona e incide sulla formazione delle coscienze.»; S. Veltre «I suoi scritti pregevoli, di grande correttezza morale e di forte rigore intellettuale».